Enzo Baldoni

“[…] Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo.” (La terra, il tepore, la morte, 24 luglio 2004)  continua

Ci sono già tutti gli elementi, in questo primo post, per riconoscere la personalità non comune di Enzo Baldoni: smania di partire e testimoniare direttamente ciò che accade nei teatri di crisi;  vena lirica  nell’apprezzare le bellezze della vita; aria scanzonata e cialtrona di chi, per radicata modestia, non vuole prendersi sul serio.

Così Enzo parte e va a Baghdad. E ogni giorno, tramite il suo bloghdad, descrive aspetti sconosciuti e decisamente non convenzionali della guerra in Iraq: la calma della piscina dell’ Hotel Palestine; le risate con i cuochi dopo aver scampato un attacco missilistico; la chiassosa umanità degli Iracheni, con la quale l’indole degli Italiani si capisce al volo…

[…] Passeggiamo per Al Mansour, quartiere medioborghese: la gente riempie le strade, passeggia, guarda le vetrine, compera vestiti. E’ la normalità, Baghdad ha l’aria di una città assolutamente pacifica.” (A zonzo per Baghdad, 9 agosto 2004)

Ma, a parte le note di colore, è l’incontro con gli operatori della Croce Rossa Italiana (CRI) che determina una svolta. Le descrizioni dell’ospedale da campo (dove si curano i grandi ustionati) sono fra le più toccanti del blog:

(Parla un medico della CRI, ndr)  “[…] un giorno uno mi butta in braccio un bambino carbonizzato…”, “Già. Proprio carbonizzato” fa Beppe, il duro.  “Un carboncino che urlava. E un medico iracheno ci fa: ‘Ormai è morto, buttatelo via’. E io: ‘Col cazzo che lo buttiamo via. Proviamo a salvarlo.” […]

Anna è un’infermiera volontaria di Messina, una bella faccia italiana, sorridente e concreta: “Lo stress più grande, per noi, sono i bambini. Arrivano qui, ustionati, hanno dolori terribili, urlano, piangono: come fai a non affezionarti? Le loro mamme sono dolcissime, fra donne ci capiamo. Ma ne abbiamo persi tre, in questi ultimi giorni. E questo pesa, pesa. Siamo quasi tutte mamme anche noi.” […]

Beppe conclude: “Anche qui ci sono i pregiudizi. Tempo fa una donna m’ha detto, baciandomi le mani (e ero imbarazzato): ‘Grazie, grazie per aver salvato la mia bambina. Mi avevano detto che voi cristiani avete il cuore nero. Ho scoperto che non è vero.’ Ecco, queste sono le cose che ci aiutano a tirare avanti”.  (All’ospedale della croce rossa, 14 agosto 2004)

Ancora Enzo: “[…] E allora non ce la faccio: e Ahmed, e Noorah, e cazzo quanta sofferenza, dio buono, e mi metto in un angolo e cerco di non fare vedere a nessuno che sto cercando di ricacciar giù lacrime prepotenti.[…] (Allora Anna mi dice:) “Dai, torniamo da lei, facciamola ridere.” Tira fuori dalla tasca tre caramelle, gliele fa vedere, le dice: “Noorah? Me lo dai un bacino? Se mi dai un bacino … caramelle!” Noorah sorride, porge la guancia. Spunta un sorriso nel bel faccino bruciato a metà. Sorride, la mamma di Noorah. E adesso sorrido anch’io. (Noorah, l’innocenza bruciata, 16 agosto 2004)

E ancora:

L’ospedale italiano è un’oasi di efficienza, ma anche di umanità, di simpatia e di allegria. Non c’è niente da fare. Siamo italiani, e con gli iracheni ci intendiamo. Sono degli strafighi, i ragazzi e le ragazze della CRI. […] Ho visto lavorare i medici e gli infermieri italiani gomito a gomito con medici e infermieri iracheni, ognuno rispettoso delle differenze e delle specificità altrui. Li ho visti lottare contro le ustioni, perdere pazienti e salvare delle vite. Li ho visti piangere per un bambino perso e ridere per un frizzo o uno scherzo. Al reparto grandi ustionati si ride tantissimo, si improvvisano pastasciutte di mezzanotte, ci si fanno i gavettoni, ci si lanciano scherzi e lazzi. C’è allegria. E’ sempre così, quando si sta vicino alla morte. E’ la rivincita della vita. (Quei visi allegri da Italiani allegri, 16 agosto 2004)

L’emergenza della guerra, i principi etici di Enzo e l’incontro con persone appassionate e generose, come Ghareeb, sono alla basse dell’ultima splendida impresa di Enzo: portare acqua e medicinali nella cittadina di Najaf, assediata dagli americani:

“Najaf è assediata, Mouktada è ferito, la popolazione è senz’acqua e senza medicinali. “E se glieli portassimo noi?” mi fa Ghareeb. “Ma sei scemo?” gli rispondo. “Per niente. Perché non chiami quel medico alla Croce Rossa? Peppi? Proviamo a chiedere a lui.” (Najaf sotto assedio, 13 agosto 2004)

Il resoconto, giorno dopo giorno, dell’organizzazione della spedizione è il capitolo più appassionante del blog: la richiesta delle autorizzazioni dall’Italia; il lasciapassare dagli americani; le telefonate di Ghareeb per ottenere la copertura dai miliziani di Al Sadr; il dietro-front delle gerarchie della CRI; il reperimento di mezzi alternativi; i guasti per strada; i carri armati americani affrontati sventolando una bandiera rubata alla croce rossa… (consiglio a tutti di leggere i post da Najaf sotto assedio a due passi per il corso)

Purtroppo, al ritorno dalla missione, Enzo e Ghareeb rimangono vittime di un’imboscata. Ghareeb muore sul colpo; Enzo viene rapito e poi ucciso.

Da allora c’è stata una lunga trattativa per riportare i resti di Enzo in patria, e finalmente dopo 6 anni (e dopo ripetuti test del DNA) i suoi funerali si sono svolti lo scorso 27 novembre a Preci, in provincia di Perugia.

Voglio chiudere citando la descirzione che Baldoni fa di sé nel sito balene.it (in cui trovate i suoi resoconti dal Chiapas, Timor Est, Colombia e Cuba):

“Non c’è niente da fare: quando uno è ficcanaso, è ficcanaso. E’ insopprimibilmente curioso, gli interessano i lebbrosi, quelli che vivono nelle fogne, i guerriglieri. E poi non gli basta fare il pubblicitario, deve occuparsi anche di critica di fumetti, di traduzioni, di temi civili e perfino di robbe un sacco zen. Ma soprattutto di ficcare il naso dove i governi non vorrebbero: dal Chiapas alle fogne di Bucarest, dallo sterminio dei Karen birmani ai massacri di Timor Est, dal lebbrosario di Kalaupapa ai dissidenti cubani fino alle montagne della Colombia dove si annida il più potente esercito guerrigliero del mondo: le FARC.”

L’impronta di una persona straordinaria non è facile da cancellare. Ma a volte bisogna fare uno sforzo di approfondimento per ridare  colore e sostanza alle memorie che sbiadiscono. Spero che questo mio tributo ad  Enzo sia andato nella direzione giusta.

(Da leggere anche: “Enzo Baldoni. Un ricordo necessario.” di Alberto Pulifiato)

 

 

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