Il più grande crimine


 

Ho appena finito di leggere “Il più grande crimine” di Paolo Barnard (versione aggiornata ad Ottobre 2011)       

È un trattato di economia diviso in due parti: una parte tecnica e una parte storica. La prima descrive cos’è la moneta, come spendono gli Stati a moneta sovrana, cos’è il debito pubblico, il deficit e altri concetti collegati. La seconda è un excursus storico che va dagli anni ‘30 del secolo scorso fino ai giorni nostri, in cui viene descritto appunto “il più grande crimine”, ovvero un piano delle élites economiche per ristabilire il controllo sulle ricchezze che rischiavano di esser loro scippate dai meccanismi degli Stati democratici moderni.

Farò subito contento l’autore dicendo  che non prendo come oro colato ogni sua parola: in particolare non condivido il giudizio su Walter Lippman, indicato come uno dei massimi teorici della manipolazione dell’opinione pubblica, il che è in aperto contrasto con le idee espresse nel suo pamphlet “Liberty and the news”; tanto meno condivido il giudizio su Furio Colombo, il quale tutto può essere tranne un intellettuale organico ad un piano per la restaurazione di oligarchie economiche (se si esclude l’equivoco della sinistra su deficit e debito pubblico, di cui si parla successivamente nel trattato).

Ma il punto non è prendere come oro colato le parole di chicchessia: il valore di  questo scritto sta proprio nel suo metodo di lavoro di scavo, per verificare, capire, collegare e divulgare dai più noiosi dettagli tecnici alle più eclatanti circostanze storiche di cui nessuno parla. Un lavoro meticoloso, lungo e faticoso che si avvale della consulenza di undici economisti di fama internazionale (27 ore registrate!) e che merita il nostro rispetto: chi conosce la tempra e lo stile di Barnard già sa che ci attireremmo i suoi insulti più tranchant se ci bevessimo il tutto senza degnarci di controllare le referenze citate, referenze che più che testimoniare il suo rigore scientifico, sono una sfida alla discussione e alla confutazione delle sue tesi.

Veniamo al nocciolo del libro: la moneta è aria fritta (almeno da quando la convertibilità in oro è stata abbandonata) e gli stati a moneta sovrana possono inventarla dal nulla a proprio piacimento, quindi non possono fallire, a meno che non lo vogliano. Inoltre, secondo la  Modern Monetary Theory,  tali Stati hanno la possibilità di creare la piena occupazione e arricchire i propri cittadini tramite la spesa a deficit positivo, ovvero finanziando progetti che aumentino sia l’occupazione che la produzione di beni e servizi, il che a sua volta incrementerebbe il PIL e le entrate fiscali, senza bisogno di aumentare le tasse (i meccanismi sono spiegati nella parte tecnica). Gli Stati Uniti, per esempio, fecero esattamente questa cosa dopo la seconda guerra mondiale, finanziando la loro crescita  (e la ricostruzione dell’Europa) al ritmo di 25% di deficit all’anno

Questo scenario, unito all’affermarsi del tridente Stato/leggi /partecipazione democratica, rischiava di compromettere definitivamente lo status delle élites economiche e di affidare effettivamente il controllo delle ricchezze ai cittadini. Tutto questo non poteva essere permesso: Barnard ci racconta, con nomi, luoghi e date, il concepimento e la realizzazione di un piano (politico, economico, culturale e mediatico) ordito per impedire tale eventualità. I punti chiave di questo piano sono: 1) la riduzione degli Stati e il trasferimento di sovranità a organismi sovranazionali; 2) la riduzione del debito pubblico e della spesa a deficit positivo (vedi sopra); 3) il mantenimento di un vasto serbatoio di disoccupazione per tenere bassa l’inflazione (in realtà per mantenere bassi i salari); 4) l’annientamento del potere dirompente delle masse tramite una fitta propaganda che induca falsi bisogni e offuschi le coscienze in un mix letale di consumismo e di apparenza; 5) la parte più raffinata del piano consiste nell’aver riconosciuto la potenza delle idee e quindi nell’aver finanziato fondazioni, Think Tanks e università che avrebbero formato le menti dei futuri dirigenti politici ed economici (i cosiddetti “tecnici”), che pur non essendo eletti, eserciteranno un’enorme influenza sulle scelte economiche dei governi.

In altre parole: ciò che viviamo oggi non è il frutto d’imprevedibili e sfortunate congiunture economiche, ma è l’effetto di un sistema disegnato per trasformare popoli consapevoli  in masse di sudditi sottopagati, e questo per garantire il controllo di un’oligarchia sulle ricchezze del pianeta: questo è “il più grande crimine”. È sotto gli occhi di tutti quanto efficace e pervasivo sia stato questo piano, se pensiamo agli attuali tagli allo stato socialedisoccupazione, vincoli di bilancio imposti dall’Unione Europea, alla forza delle lobby negli Stati Uniti, al rincoglionimento consumistico delle masse.

E a proposito di Unione Europea e di Euro, purtroppo queste due costruzioni rispondono a tutti i criteri del piano sopra citato: moneta non sovrana; trasferimento di sovranità a un organismo sovranazionale; presenza massiccia di burocrati formati negli ambienti giusti (quando non addirittura ex dipendenti di grandi banche e gruppi industriali); vincoli di bilancio ferrei che impediscono la spesa a deficit positivo; serbatoio di disoccupazione; rimbecillimento delle masse.

Colgo l’occasione per aggiungere un mio commento: se tutto questo fosse vero, avremmo la ricetta per sconfiggere sia l’attuale crisi economica che l’incombente crisi ambientale. Infatti, se ci riappropriassimo della sovranità monetaria a livello nazionale oppure a livello di Comunità Europea, (ma veramente integrata, con governo elettivo, unica politica monetaria e fiscale e una vera Banca Centrale), potremmo investire massicciamente nel settore delle energie rinnovabili, nella riconversione degli impianti industriali, nella bonifica ambientale, nella salvaguardia del patrimonio naturale. E visto che sogniamo: chissenefrega di Marchionne e della Fiat! Basta con la produzione di milioni di automobili per tirare a campare: si potrebbe investire nel trasporto pubblico elettrificato, nella banda larga per consentire il telelavoro e sfruttare a pieno le potenzialità della rete; si potrebbero impiegare le masse di cassintegrati e precari nel recupero del patrimonio archeologico; si potrebbe finanziare il settore culturale e la ricerca scientifica; investire nell’assistenza capillare e umana ai disabili, agli anziani alle minoranze, agli indigenti (che saranno sempre meno); si potrebbe, infine, garantire l’assistenza sanitaria gratuita per tutti!

La gallina dalle uova d’oro.

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