La strategia della diversione

Sono pienamente daccordo con ciò che Domenico Valter Rizzo dice nel suo post: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/16/chi-non-sente-non-vede-e-non-fa/164262/.

Vorrei aggiungere qualche considerazione, ben consapevole che ciò che dirò è già stato detto e ridetto, quindi non pretendo essere originale.

Punto primo: la prevenzione.

Si sapeva che c’era il rischio di infiltrazioni violente? Sì. C’erano precedenti in Italia? Sì (G8 di Genova, 2001). Si conoscono  i nomi e cognomi  e i movimenti di questi antagonisti violenti? Pare di sì (ovviamente io non li so, ma voglio sperare che i nostri servizi segreti si occupino di queste cose).

E allora: possiamo pensare ad un errore, a una sottovalutazione del fenomeno da parte del Ministero degli Interni? Ad una svista? Una dimenticanza?? Una carenza di fondi ??? (purtroppo quest’ultima non è una possibilità remota…)

Si sente da più fonti che già prima della manifestazione c’era la consapevolezza del rischio di infiltrazioni di frange violente e ben organizzate.

Abbiamo sulle spalle la triste esperienza del G8 di Genova. Ma era poi così difficile prevenire efficacemente e contenere il fenomeno? Non sono un esperto di ordine pubblico, ma era possibile bonificare preventivamente il percorso della manifestazione rimuovendo tutte le macchine parcheggiate, i cassonetti, gli oggetti che poi sono stati usati come armi improprie, come le pietre e gli attrezzi del cantiere della metropolitana? Era possibile organizzare dei corridoi di passaggio nelle vie parallele, da mantenere anch’esse sgombre, per consentire alle forze dell’ordine di intervenie prontamente dove necessario? Si potevano individuare, isolare e contrastare i gruppi violenti ben prima che iniziassero indisturbati a sferrare i loro attacchi? Io dico di sì, e questo è confermato dall’intervista di Sandro Ruotolo (“I Black Block erano più organizzati di noi”, Il Fatto Quotidiano, Martedì 18 Ottobre 2011) a due agenti di Polizia che affermano di essere stati mandati allo sbaraglio senza una strategia precisa, sotto organico e con l’ordine di reagire solo quando la loro incolumità fosse stata in pericolo.

Ma non si è trattata di una svista.

Se proprio non ce la sentiamo di esprimere un giudizio, così su due piedi, cerchiamo di aiutarci con un po’ di contesto. Proviamo a unire i puntini e  cerchiamo di vedere un quadro più ampio.

Partiamo da un esempio recente: l’emergenza sbarchi a Lampedusa.

In realtà “emergenza” è una parola sbagliata, perché si sapeva benissimo che con l’inizio della guerra in Libia sarebbe arrivata una valanga di profughi dal Nord Africa. Ma l’Italia, fra le prime 8 potenze del pianeta, non è riuscita ad organizzare cucine da campo, bagni chimici o alloggi per 5 o 6 mila persone: se pensiamo ai concerti rock o alle vecchie feste dell’unità, che accoglievano numeri di persone dieci volte superiori, abbiamo l’idea della figura di merda planetaria che il nostro Paese ha fatto. Ma è stato un caso? Un errore? Non credo proprio: le cucine da campo erano a Lampedusa, in un container, ma nessuno le montava; le navi con gli aiuti c’erano, ma tardavano a partire. Gli accordi con gli armatori non si trovavano… Con ogni evidenza si è voluta creare  un’emergenza (sulla pelle degli isolani e dei migranti) per poter usare in seguito il pugno di ferro ed alimentare la psicosi dell’invasione, che ha il doppio vantaggio di far guadagnare voti alla Lega e al governo e di sviare l’attenzione dai temi economici e dagli scandali di tutti i tipi che accerchiano le stanze del potere.

Dieci anni fa, durante il G8 di Genova, la cui memoria è ancora viva come fosse ieri, abbiamo sentito una storia simile: bande di black block agivano indisturbate sotto gli occhi delle forze dell’ordine, fin quando queste ultime iniziavano a caricare indiscriminatamente su tutti (senza contare i capitoli oscuri della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto). La strategia è vecchia e tristemente nota: si infiltrano dei provocatori tra i manifestanti, si aspetta che  creino disordini e poi si interviene  facendo di tutta l’erba un fascio.

E poi il giorno dopo sui giornali si parla solo delle devastazioni e si condannano le violenze, dicendo, in mala fede: “Tutti i manifestanti sono eversivi o collaterali alla violenza, per cui le loro istanze sono sbagliate e irricevibili”. Anzi, ancor meglio: i motivi della protesta scompaiono del tutto per lasciar spazio alla conta dei danni e dei fertiti.

Questa volta non c’è stato bisogno di infiltrare agenti provocatori: è bastato lasciare a se stessi i gruppi di violenti che si sapeva benissimo sarebbero arrivati, armati delle peggiori intenzioni. Un giocattolo perfetto e già montato.

Adesso, ovviamente, si parla di vietare le manifestazioni (diritto costituzionalmente garantito) e di tornare alla legge Reale, che restringe ulteriormente le libertà personali.  E così il gioco è fatto, e buona notte alle ragioni della protesta.

Ma sono caduto anch’io nella trappola, perché invece di parlare di maggiore equità nella ridistribuzione della ricchezza; di protezione delle fasce più deboli; di investimenti per l’occupazione; di lotta all’evasione; di lotta agli sprechi e ai privilegi; di riqualificazione della scuola e della ricerca; di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, di tutela dell’ambiente e del territorio; di come fare a ricucire una coesione sociale ormai da troppo tempo perduta, mi sono ridotto a parlare di un gruppo di sfigati che rompe le vetrine, e del gruppo di laidi che ci lucra politicamente sopra.

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