Stefano Disegni: un inno all’umanità.

Ho appena finito di leggere “Non sono fatti privati” di Stefano Disegni. È un pezzo bellissimo, mi ha fatto piangere: è una testimonianza di umanità prima ancora che di civiltà. Mi ha toccato nel profondo: con le sue parole semplici e scanzonate ha scritto un inno alla bellezza dell’animo umano.

Restiamo umani” diceva Vittorio Arrigoni: l’immagine della madre di Disegni che porta l’acqua ai soldati tedeschi in ritirata non può che ricordarci questo splendido motto. So che a Disegni non piace la retorica (e neanche a me), ma il suo articolo merita di essere raccolto nelle antologie e di essere letto, spiegato e commentato nelle scuole.
Non c’è bisogno di scrivere in rima per essere poeti.

Non sono fatti privati
(di Stefano Disegni, il Fatto Quotidiano, Domenica 29 Maggio 2011)

“Avevo chiesto al “Fatto” di non farne menzione. Qualcuno che se ne va è un fatto privato, io detesto i ‘ne danno il triste annuncio’ o le redazioni che ‘si stringono intorno’. E poi noi Disegni siamo gente di poca retorica, disincantata, capace, grazie a una discreta dose di sarcasmo di famiglia, di mantenere a livello di guardia certi acutissimi umani malesseri. Ne fa le spese da anni  uno zio che riuscì a tamponare il carro funebre di un parente durante il funerale, exploit che gli viene coloritamente ricordato ad ogni funerale successivo, ultimo compreso. Il tamponatore di carri funebri però chiede pari trattamento menzionando un’altra zia che si gettò in lacrime sulla bara della sorella prima che fossero bloccate le ruote del carrello sottostante. Senza l’intervento di un energumeno delle pompe funebri sarebbero volate via zia, bara e defunta.

Ci ho ripensato. Perché quello che voglio raccontare qui, quello che un ateo magnapreti come me ha visto accadere in una cattolicissima chiesa romana, non è un fatto privato. In prima fila accanto a me c’erano due islamiche. Nere e africane, per giunta. Islamiche di quelle vere, che non bevono alcool, non mangiano maiale e pregano carponi sul tappetino d’ordinanza. Per interderci il babau agitato in questi giorni da certi terroristi dell’anima che usano la paura come una clava. Le due islamiche, Mami e Aisha i loro nomi, erano accanto a me perché per due anni hanno accudito, amato, lavato, curato e persino intrattenuto (Mami spesso entrava nella stanza agitando ritmicamente il suo grosso sedere) qualcuno immobilizzato in un letto, cui io e mia sorella non potevamo star dietro, schiacciati dalle nostre vite, responsabilità, lavoro, figli. Mami e Aisha, africane, nere, islamiche, hanno pianto le stesse lacrime che ho pianto io (a volte succede persino a me)  e hanno messo il loro vestito più bello per dare l’ultimo saluto a qualcuno che amavano, né hanno chiesto di che religione fosse.

La prima volta che le conobbi mi rassicurarono sull’attenzione che avrebbero dedicato a chi mi stava a cuore dicendo ‘da noi ai vecchi si tiene molto, loro sono la memoria‘. In chiesa Mami e Aisha, islamiche, si alzavano e si sedevano in base alle esigenze del rito cattolico, pregando anche loro, chissà come, chissà chi.

Ma non è finita. Voglio parlare anche di grandi rivelazioni, in quella chiesa. L’amico Stefano, attore, compagno di bisbocce, bon vivant, discreto tombeur de femmes e antiberlusconiano furente che si alza e va a fare la comunione insieme alle mie vecchie zie, sorprendendo tutti (“Stefano credente?!”), non me, che lo sapevo, dimostrando che non bisogna essere per forza bolscevichi brucia-chiese per chiedere un Paese più pulito. No, non sono fatti privati.

Non è un fatto privato nemmeno Attilio il prete celebrante, un tettamanzino de noantri, uno che fa lavorare con lui immigrati bisognosi. E i miei parenti ebrei. O almeno discendenti da. Come il sottoscritto, che comunque non me ne può fregare di meno. Lì anche loro, accanto agli altri, alle zie beghine, alle islamiche. E quando Attilio il prete giovane (e caruccio, a detta delle amiche di mia sorella che l’hanno ribattezzato Padre Ralph) ha detto: ‘scambiatevi un segno della pace’ (a volte i preti qualcuna l’azzeccano, lo dice uno che appena può li massacra), tutta questa gente, islamiche, cattolici, ebrei o quasi, tombeur de femmes rivelati e perfino comunisti facinorosi come Riccardo, s’è abbracciata, facendomi pensare a una sola parola: civiltà.

Quella che tentano di seppellire sotto la paura, l’egoismo, l’istigazione alla diffidenza, il fastidio per il diverso, lo straniero o per chi la pensa diversamente. Civiltà. Quella che vorrei per il mio Paese, fatta d’intelligenza e tolleranza, da difendere sempre contro ogni barbarie travestita da difesa dei valori nazionali o dei sacri confini.

Una cosa che sarebbe piaciuta a mia madre, una che nel ’45, alla vista, sotto i balconi di casa, dei tedeschi in ritirata verso il nord, scese a portare dell’acqua ‘a quei ragazzini sporchi, laceri e spaventati, li dovevi vedé, non ciavevano più de sedici anni’ e a mio padre, antifascista purosangue che ci si incazzava, rispondeva: ‘C’hai raggione, ma erano fiji de madre pure loro‘. Civiltà.”

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