Lettera di una mamma

(di Chiara Paolin, il Fatto Quotidiano, Martedì, 22 Marzo 2011)

“Caro ministro Gelmini, ieri mio figlio che ha 10 anni mi ha chiesto di essere lasciato al portone e di poter salire al secondo piano per raggiungere la casa della nonna da solo. Cosa c’è di strano in questo? Nulla, ma di particolare c’è che mio figlio è cieco dalla nascita.    È inutile dirle quale felicità abbia provato io nel vederlo, in assoluto silenzio, salire quelle scale, contando i gradini e mantenendo altissimo il livello di concentrazione. È inutile dirle quanto abbia sofferto nel non aiutarlo e nel dargli quella fiducia necessaria a compiere una straordinaria impresa. È inutile dirle che per questi bambini ogni azione che per gli altri è normale costituisce un traguardo, che con sforzo, dedizione e tanta fatica a volte si supera. È inutile dirle che per un genitore ogni conquista e ostacolo superato è soddisfazione e dolore.    Mio figlio frequenta una scuola pubblica dove   ogni giorno si confronta con bambini della sua età e ogni minuto rinnova la consapevolezza della sua diversa abilità, che diventa poi una risorsa quando riesce faticosamente a fare le cose insieme a loro. Ho sempre pensato che la sua diversa normalità non fosse un limite ma la capacità di fare le cose in altro modo, ho sempre creduto che il confronto con gli altri bambini fosse per entrambi fonte di arricchimento e di conoscenza. Ho sempre creduto che il sapere, il conoscere chi è diverso permette di sconfiggere l’ignoranza, il pregiudizio, l’emarginazione. Oggi scopro che gli studenti diversamente abili non possono correre, giocare e divertirsi ai Giochi della Gioventù, come tutti gli altri, ma devono restare a guardare, fare da spettatori di una vita normale che è degli altri e non la loro. Perchè non ci sono i fondi necessari a garantire la loro assistenza. Oggi apprendo che essere diversamente abile è un ostacolo non a se stessi, alle proprie   capacità di fare le cose, ma agli altri, alla loro normalità e alla loro possibilità di arrivare primi o ultimi. Oggi scopro che mio figlio è meno studente, meno cittadino, meno importante degli altri.    Non era questo il mondo che io ho immaginato per lui, non era questo il futuro che speravo per lui e le assicuro che pensare al domani di questi bambini non è fonte di tranquillità. Soprattutto quando la discriminazione arriva da chi dovrebbe prendersi cura di loro.    Le auguro di divertirsi ai Giochi della Gioventù, ma le auguro anche che tutte le persone che rifiutano la discriminazione disertino questa manifestazione, lasciandola sola a guardare nel vuoto.    Perché è questo, il vuoto, che lei ha lasciato dentro di me.”

Valentina Rinaldi

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