Ragazzini prendono a calci un immigrato. E i genitori ridono.

(immagine da clickblog.it)

Ecco.  Ci sono certe notizie che mi fanno ribollire il sangue. Che spero che non siano vere o che siano state enfatizzate nella descrizione del cronista. Questo e’ precisamente il segno di quell’imbarbarimento che la societa’ italiana sta vivendo in questi ultimi decenni. Un avvitamento su se stessi che accelera con l’aggravarsi della crisi economica e con l’aumentare delle tensioni sociali. Un incattivirsi incentivato dalla politica gretta, muscolare e isolazionistica della Lega, ma anche dal clima di coltelli e delegittimazioni instaurato dal regime Berlusconiano in disfacimento e dalla sua gran cassa mediatica fatta di manganelli e dossier.

Mi viene da pensare: ma quando questi bambini diventeranno adulti, che societa’ avremo? Dopo che saranno cresciuti con il buon esempio della caccia all’immigrato e della violenza gratuita, che scelte faranno da grandi? Che idee avranno? Che partiti voteranno?

Ci dobbiamo preparare ad una riedizione dell’apartheid? Agli autobus con i posti per i bianchi separati dai posti per i neri? (A parte il fatto che alcune iniziative come la distribuzione di guanti di plastica negli autobus o l’impedire la liberta’ di culto ai musulmani hanno gia’ quell’odore).

Una societa’ dove non c’e’ rispetto per i piu’ deboli, per i poveri, per gli anziani, per i “diversi”, e’ una societa’ destinata alla barbarie. Quando i codici morali saltano, salta tutto il resto. Si salvi chi puo’.

P.S.

Proprio ieri sera mi è capitato un fatto perfettamente collegabile a cio’ di cui avevo parlato in questo post. Era l’una di notte e stavo già a letto in stato di dormi-veglia, quando sento provenire dalla strada una voce sconnessa e lamentosa. Il solito ubriaco, penso, che ha pensato bene di venire sotto la mia finestra per sbraitare alla luna. Dopo un po’ mi rendo conto che sta dicendo: “Qualcuno mi aiuti”. A quel punto in me è scattata una reazione che definirei assolutamente naturale, per come sono stato educato. Mi sono vestito e sono andato a vedere di cosa si trattasse (non potevo certo girarmi dall’altra parte e fregarmene).

In effetti, si trattava di un ubriaco: giaceva sul ciglio della strada, con la testa leggermente sanguinante e, per di più, a testa in giù verso la discesa. Mentre tornava a casa era inciampato, aveva battuto la testa sul marciapiede e non riusciva a rialzarsi. Insieme ai miei coinquilini lo abbiamo aiutato a mettersi in piedi e lo abbiamo riaccompagnato a casa (abbiamo scoperto che era un nostro vicino), sincerandoci che riuscisse a girare la chiave nella serratura…

Racconto questa cosa non per vantarmi, ma per condividere un’emozione e un pesiero. Non ci è costato nulla aiutare quel pover’uomo, se non lo sforzo di vincere la pigrizia e di aprire gli occhi su quel che accadeva. La bellezza della gratitudine di uno sconosciuto ci ha ripagato cento volte di quel nulla che avevamo dato.

E il pensiero: se mai dovesse capitarci una cosa simile in futuro, non è rassicurante pensare che forse qualcuno si fermerà ad aiutarci?

Vorrei dirlo a quei ragazzini che hanno preso a calci un immigrato (e ai loro genitori). Ma non sono sicuro che capirebbero.

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